Un’ora d’aria lunga sei giorni

Capitolo 1 – Un’ora d’aria…

“Oltre la tenda vedevo l’istantanea strappata di un quartiere che avrebbe potuto appartenere a qualsiasi altra parte della metropoli: palme rinsecchite beccate dagli uccelli, improbabili giardini pensili, condizionatori appesi alle finestre, una cameriera che rassettava una stanza arredata alla francese. Una città come tante vicino all’equatore, non più e non meno cadente, o malridotta, o sordida di altre”

(Lawrence Osborne, Bangkok).

14 marzo 2014

Kuala Lumpur, Malesia.

Grattacieli. Palme, chioschi ambulanti. Luci, insegne, vita notturna. Foschia e aromi da cucine indo-arabiche impiantate in una metropoli ultramoderna. La perla d’acciaio in un angolo di mondo che non è troppo distante da quello che mi lascio alle spalle. Un’Indonesia del ventunesimo millennio. Questa, riassunta in tre stereotipi male-assemblati, è Kuala Lumpur.

Atterriamo su una pista buia immersa nella nebbia. Un autobus impiega più di due ore per condurci nel cuore pulsante della “tigre”. Provo a parlare in indonesiano con il conducente. Lui con un sorriso a trentanove denti mi chiede sorpreso: “Ooh, bisa bahasa Malay?” (“Ooh, sai parlare malese?”). “No, Bahasa Indonesia bisa” (“No, so parlare indonesiano”). Sottinteso “è quasi uguale”. Coglie il nesso. Ci rimane malissimo. Parliamo inglese. Mentre paghiamo in ringgit, una valuta che esteticamente è indonesiana, ma praticamente è europea (sottinteso “sei automaticamente tratto d’inganno”, sottinteso “già capisci che i tuoi conti non torneranno”, sottinteso “la detesto”) vedo il sorriso dell’omino svanire dal volto come una nube di passaggio sulla facciata di un grattacielo. Un po’ come tutte le persone che ci chiedono il perché del nostro soggiorno in Malesia. “Per prolungare il visto per l’Indonesia”. Eppure, questa piccola perla in acciaio e cemento armato non va sottovalutata. Con le sue multi-etnie che s’incastrano come pezzi di un variopinto puzzle della Ravensburger, che si amalgamano perfettamente in quello che dal mio libro di testo delle scuole superiori ricordo esser definito come “melting pot”. Seduto al tavolo di un ristorante arabo nel cuore di China Town, puoi mangiare un “pollo tandoori” cucinato in perfetto stile indiano, mentre il cameriere pakistano ti fissa in modo inquietante da dietro la cassa di bevande americane. Il cameriere, tra l’altro, somiglia in modo impressionante a Frankenstein. E mentre guardi le file e file di lanterne cinesi appese a fili tesi tra un grattacielo e l’altro, pensi che potresti trovarti ovunque, in quel momento. Ma ogni tanto, qualche insegna dal nome “familiare” ti riporta a coordinate geografiche stabilite. Restoran. Ayam. Perempuan. Siamo solo a due passi dall’Indonesia, in fondo. Abbiamo lasciato “casa”, ma siamo andate soltanto dietro l’angolo. Mamma, esco a comprare il nuovo visto per sei mesi e torno. L’autista ci ferma in una strada affollata. “Sudah sampai?” (“Siamo arrivati?”). Io non demordo, non ho imparato una nuova lingua per tenermela nel taschino. “No, not yet”. È un osso duro. Poi si ferma qualcosa come cinquanta metri più avanti. “Ok miss, arrived”. È decisamente ancora Indonesia. Le parole saranno distorte, le persone meno socievoli e un po’ più stressate, ma non ci piove, di “occidentale” questa città ha solo la facciata. E l’economia. Risaliamo la “via dei pub”, nel quartiere di Bukit Bintang. Ubriachi, turisti, casi persi e senzatetto affollano i locali notturni e le vie coperte di smog e delirio postmoderno. Qui c’è aria di casa. Quella vera. Ci fermiamo davanti ad una palazzina semi fatiscente incastonata tra due grattacieli come una carie tra due incisivi perfetti. “Cos’è quello?”. Dico tra un sopracciglio inarcato e una smorfia facciale di disgusto. “Il nostro ostello, è perfetto”. Guardo Johanna con sarcasmo misto a intimidazione mafiosa tutta Made in Italy. “Scherzi, non è che possiamo cercare altrove?”. “È l’una di notte”.

Il nostro ostello. Ci leviamo le scarpe prima di entrare, non sia mai contaminassimo i sultanati di germi che regnano da generazioni nelle fibre della lurida moquette. Un signore persiano e un ragazzo del Bangladesh ci mostrano la nostra “alcova”: materasso nudo e crudo che prende i tre quarti della stanza, moquette che per fortuna ne prende solo un terzo che va evitato tipo fosso di lava e due asciugamani rigidi come pannelli di compensato. Ci basta. Il bagno è in comune con tutto il resto del piano che, del resto, è deserto. La password del Wii-fii non funziona. Non è che ci sperassimo davvero.  Ma abbiamo acqua potabile, stoviglie e tostapane a disposizione. E sorrisi melensi fino all’overdose. Alle due passate chiudiamo gli occhi su questo angolo di mondo chiamato “Phoenix guesthouse”. Siamo ancora al livello cenere, in attesa di rinascita.

Ci svegliamo su uno scorcio di bassifondi suburbani misti a ipertecnologica modernità industriale. Il retrogusto di sud-est asiatico impregna comunque l’aria al di fuori della nostra finestrella a perno 0.50×0.50 m, a partire dal chiosco di tom-yam (zuppa di noodles) all’angolo. Noodle fritti misti ad avanzi di folklore.

Non hanno le prese Siemens. Hanno le prese a tre. Uno dei tanti presenti generosamente lasciati dai coloni inglesi. Le maledettissime prese a tre. Però c’è un ottimo sistema amministrativo, strade che sembrano tali e una perfetta conoscenza dell’inglese. E Harrods, e Mark&Spencer. L’ambasciata indonesiana è così veloce ed efficiente che non sembra neanche l’ambasciata indonesiana. Johanna non può entrare, non ha nulla che le copra le spalle. Ora sembra l’ambasciata indonesiana. Islamismo conservatore contro moderno senso civico multiculturale.

Il quartiere degli affari mi ricorda l’Eur. Calmo, arioso, con bei palazzi definiti, tanto verde, e nessuna traccia di vita vera. Ci sono ambasciate di ogni tipo, persino quella finnica. La maggior parte delle persone, richiede visti per altri paesi asiatici. A Johanna serve quello per Myanmar. Perché nessuno vuole un visto per la Malesia? Forse perché il visto all’entrata dura già novanta giorni. Tre mesi, a sbafo. Mi innamoro sempre dei posti sbagliati. Due tigri ruggiscono fiere dal centro di enormi bandiere saldamente ancorate a sostegni piantati in fila sull’orlo del marciapiede. Giallo, rosso, blu. Ci sono marciapiedi. Vorrei quasi camminare con le mani solo per accertarmi al tatto che esistano davvero. Camminare. Altra parola chiave. Dopo sei mesi di spostamenti in motorino anche nel campus per andare al dipartimento di fronte, è quasi come ottenere l’ora d’aria durante un ergastolo. Sei giorni di camminate. Marciapiedi. Le tigri. Il caldo. È tremendo. Faranno quaranta gradi con un tasso del 90% di umidità. Sudi all’ombra da fermo con una bottiglia gelida di tè al crisantemo appiccicata in fronte. Il tè al crisantemo. Non ne potevo più di gelsomini.

La città non è affatto grande come ci aspettavamo. Andiamo ovunque a piedi. L’ora d’aria lunga sei giorni. Guardiamo il mono-rotaia cittadino dal basso, mentre sfreccia ogni dieci minuti sul cavalcavia tagliando in due i corpi dei grattacieli. Come una motosega elettrica in un bosco di cemento. È inquietante immaginare i giganti accartocciarsi su sè stessi e ripiegarsi sulla città come castelli di carte, per poi esser pronti ritti e in bella forma per il passaggio del treno successivo.

Il “Golden triangle” è uno spettacolo mozzafiato. Anche se in fin dei conti sono solo banche, fast-food e centri commerciali. Ma è l’estetica che fa la differenza. È tutta una questione di buona presentazione. È il primo sguardo che conta. Se ci vieni preparato non è lo stesso. Se ci vieni dall’Indonesia è perfetto.

Dopo un veloce tour tra costosissime vetrine in cui griffe europee altolocate si mescolano a marchi locali sconosciuti (che poi se ci pensi vengono tutti dalla stessa manodopera) usciamo dal vortice del consumismo, occhi che ancora brillano e teste in confusione, alla ricerca di qualcosa di più “tipico”. Le Petronas Twin Towers. Due ragazze camminano scalze per la città. Noto i loro piedi sporchi coperti di perline che scendono dalle cavigliere, in mezzo ad altre mille calzature diverse, intente ad attraversare le strisce pedonali gialle. Lavori in corso, ovunque. Le torri gemelle. Le più alte del mondo. Fino al 2004. Fino al grattacielo di Dubai. Fino agli altri sette edifici più alti del mondo che ora detengono il primato nella classifica. C’è sempre qualcosa di “più”, prima che arrivi qualcos’altro di “ancor più” a rimpiazzarlo. È una sfida continua alla conquista di un primato ideale. In qualsiasi campo.  L’equivalente di venti euro, per salire in cima. Per vedere tutta la città, senza la cosa più caratteristica, perché ci sei dentro. Rimaniamo ad ammirarle dal basso. Non ci serve sentirci superiori, non vogliamo essere Dio. Vogliamo sentire e vedere coi nostri occhi qualcosa di meraviglioso, essendo piccole e impotenti di fronte alla bellezza. Rimaniamo in basso, a sentirci oppresse e schiacciate dalla prospettiva infinita di due colossi che si spalleggiano a una minima distanza perfetta. In basso. Solo da qui possiamo percepire il peso dell’altezza. E ovviamente, risparmiare denaro. Siamo già entrate in pieno nello spirito economico che si respira misto all’aria condizionata sparata al massimo. Lo si vede riflesso nelle lucide piastrelle del pavimento, specchiato in ognuna delle 32.000 finestre, su ogni superficie lustra e splendente all’interno di questi edifici. Lusso. Benessere. Progresso. Gente ben vestita (con quello che intendiamo noi occidentali per “ben vestita”). Business. Prezzi da capogiro. Una prova che puoi avere le vertigini anche non scalando il grattacielo fino all’ottantesimo piano. Una prova che puoi avere la tua ora d’aria un po’ ovunque.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *