Un’ora d’aria lunga sei giorni

Capitolo 2 – Mango-Lassi e Chanel N°5

15 marzo 2014
La pittoresca China Town.

Dopo un mango-lassi in compagnia di un appiccicoso pakistano dal pessimo inglese, ci “perdiamo” tra le meraviglie della città. Nel senso che ci perdiamo davvero. La mappa ha evidentemente qualche proporzione errata, oltre che a svariate vocali invertite nei nomi già poco comprensibili di loro. Ma poi arriviamo in qualche modo a destinazione: China Town e il suo ipnotico mercato. Non esattamente “cheap” come ci si aspetterebbe. “Ma voi siete occidentali, siete ricche, potete permettervelo”. Questo il tormentone della stagione delle piogge 2014. I “falsi” che trovi qui, sono i più veri mai visti. Sono perfetti. Del resto, sono “fatti in casa”, come gli “originali”. Autentici manufatti di artigianato locale, accanto al tè al crisantemo, ai dolcetti al durian, ai salami color fuxia trasudanti di grasso sulle griglie untissime dei venditori ambulanti. Gucci e carne di maiale. Lanterne cinesi e magliette dell’Hard Rock Cafè. Verdure fritte e Chanel n°5. Finto. È tutto finto. Rosso, giallo, arancio. Quelle lanterne sono ovunque. Puntellano il cielo sull’intero mercato, come chiazze sul dorso di un dalmata. Il caldo è insopportabile. Dopo aver aiutato Johanna nell’ennesima estenuante contrattazione (inutilmente, visto che tanto la lingua locale proprio con te non la parlano, e ad ogni modo “tu sei ricco, te lo puoi permettere”) ci sediamo a bere un succo di frutta esotica appena spremuta. Poi, improvvisamente, piove. Ripenso alla vecchina malese intromessasi in una delle tante contrattazioni. Venditori pakistani, bengalesi, arabi, cinesi, non sai come gestirli. “Seventy”. “Fifty”. “Sixty-five”. “Tujupuluh!” (“Settanta!”). Guardo il viso smunto e accartocciato della donna, ricurva sotto un cesto intrecciato pieno di cianfrusaglie, in un vestito batik verde quasi più consunto della sua pelle. “Tidak, limapuluh!” (“No, cinquanta!”). Ribatto abbastanza contrariata. Rimane sorpresa. Ma non demorde. Le dico che la Malesia è più cara dell’Indonesia. “Ma voi siete ricche, potete permettervelo”. Riparte il nastro. Su le mani con la hit dell’estate perenne. Con sporadiche piogge sparse. La pioggerellina. Dopo due minuti svanisce nel nulla. E poi è di nuovo l’inferno.

Attività del dopo-cena

Mentre scrivo, udiamo rumori molesti fuori dalla finestrella del nostro poco più che sgabuzzino. L’ultimo giorno di celebrazioni del Capodanno Cinese. Oggi è giornata a tema. Ci affacciamo, o meglio, ci strizziamo nei 50 cm di davanzale forzando il perno per far entrare la macchina fotografica oltre alle nostre teste e ci godiamo la parata proprio sotto il nostro naso. Posti di prim’ordine in Balconata. La Canon decide che entrambe le batterie sono scariche. Doveva esserci qualcosa di storto. Faccio orribili riprese col cellulare. Mentre carri colmi di addobbi cinesi, fiori, lumini, luci colorate e statuette di divinità si susseguono nell’angusta stradina di fronte l’ostello, persone con enormi costumi da drago, eseguono danze nello spiazzo antistante il ristorante all’angolo. Le loro enormi teste oscillano su e giù, mentre i loro corpi si contorcono in pose animalesche. Passo avanti, passo indietro, e giù a quattro zampe. Una coppia di draghi gialli, una di draghi bianchi, e uno nero. C’è sempre il single della situazione. Il tutto è condito da sbandieratori rumorosi, un team di energici percussionisti ed esplosioni colorate. Fuochi d’artificio si imprimono nel cielo chiazzato di nuvole, poco sopra l’enorme grattacielo bianco che affianca riempiendo d’imbarazzo la nostra catapecchia. Lui sì che ha un posto di prim’ordine. Tutto l’ostello è sceso in strada a far foto. Sei persone. Ovviamente mi aggiungo. Non resisto confinata in piccionaia, come una vecchina che guarda con occhio inquisitorio scene di ordinaria vita paesana. È che proprio non resisto, devo entrare sempre nel vivo della festa.

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