Voci dal nord

Prologo – Addio ai boschi

“Luna affrancami, sole liberami,
Orsa Maggiore, guida ancora
l’uomo oltre le porte ignote,
al di là degli arditi arcani,
via da questa piccola tana,
dal rifugio tanto angusto!
Conduci il viaggiatore fino a terra
il figlio dell’uomo all’aria aperta,
affinchè guardi la luna in cielo,
possa ammirare il sole,
seguire l’Orsa Maggiore,
contemplare le stelle!”

(E. Lönnrot, Kalevala, runo I vv. 303 – 314)

Roma, 31 luglio 2013

Ore 11:49

A Francesca:

Stamattina mi sono alzata nel primo letto che si possa definire tale da un mese a questa parte. No sedili dei treni notturni per la Lapponia, no assi di legno di casette nel bosco, no reti malmesse di dormitori lugubri, no nudo terreno, no pullmini di band polacche appena conosciute in viaggio per festival musicali improvvisati. Fuori dalla mia finestra non c’erano dirupi, alberi, stazioni di servizio semideserte, renne, baracche diroccate, né campanili gotici. Il mio bucato, fatto in lavatrice e non in bagni pubblici, treni, lavandini altrui, o nelle RAPIDE, era steso al SOLE, quello vero, non su un molo o su dei ganci di una baita in legno o accanto al fuoco di una tenda lappone. Mi sono svegliata alle tre di notte e non c’era luce accecante, né pompieri in cucina, né pazzi che sbattevano cose o tizi coi tacchi che dormivano sui divani. Il mio coltello è al sicuro nella sua custodia, non sotto il mio cuscino, né appuntato all’asciugamano da doccia, né sguainato e pronto all’uso in caso di aggressioni notturne nelle campagne estoni. Il bagno è sempre a destra nel corridoio, non in baracche di legno in riva i laghi, né in cima ad erte a trecento metri dalla casa-mulino sulla cascata, né sono costretta a consumare caffè alle quattro di notte in qualche fast-food malfamato per usufruirne. Mia madre mette i Beatles a palla come suo solito, tutto regolare, niente kantele né violini, né vecchiette russe che intonano canti a responsorio, né canti runici intonati da vecchietti di villaggi sperduti nel mezzo nel nulla. Per fare colazione posso semplicemente andare in cucina, entro senza bisogno di mostrare i Pass Stampa, e non trovo aringhe né cetrioli né, soprattutto, pane di segale. Non arrostisco wurstel sul fuoco, né mangio verza cruda a morsi in tenda di uno sconosciuto, o in un aeroporto. I miei vestiti sono decenti e puliti, non ho pile che sanno di fiume, di barbecue, di repellente per insetti, di sedili delle compagnie di treni finniche o di pavimenti di ostelli diroccati. Ma soprattutto, oggi non so cosa fare. Non camminerò venti chilometri tra i boschi con zaini e borse che pesano più di me, non farò saune in catapecchie di legno per poi buttarmi nell’acqua fredda di un lago della Carelia, non correrò da un backstage all’altro con registratore e quadernetto dei reportage, non sfacchinerò lungo chilometri a piedi per raggiungere posti che nessuno sa indicare, non attraverserò due stati da nord a sud in treno, né andrò a caccia di offerte da S-MARKET per cercare di racimolare scorte di cibo decenti a prezzi ragionevoli.
Tutto ciò mi mancherà immensamente.

Io e la mia fidata amica e collega Francesca abbiamo trascorso un mese in interrail attraverso la Finlandia, la Lapponia, la Carelia russa, l’Estonia e la Lettonia alla ricerca di ultime “autentiche” testimonianze di canti runici (antiche forme di musica vocale diffusa tra Finlandia, Russia ed Estonia) e di festival musicali. Perché lo abbiamo fatto? Perché siamo etnomusicologhe, ricercatrici, viaggiatrici, perché siamo pazze, perché siamo vive (e quest’ultima frase ce la siamo sudata parecchio, come le prossime pagine dimostrano).

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