Don’t push yorself

Prologo – Chi ben comincia…

«Scoprirete che il culmine della vostra giornata sarà lavarvi i denti. Disse il Maggiore […].

Era forse più saggio rimanere a casa?»

(Redmond O’Hanlon, Nel cuore del Borneo)

Non contente di aver rischiato la vita tra Finlandia, Lapponia, Carelia russa, Estonia e Lettonia (vedi sezione Voci dal Nord) io e Francesca decidiamo di abbandonarci ad un’altra improbabile impresa, che suona come un cine-panettone: Natale in Indonesia.

Genesi della tragicommedia: mi trovo ormai da tre mesi a Giava, dove ho appena iniziato il lavoro di ricerca sul campo relativo al canto femminile nel teatro delle ombre. Affascinata e terrorizzata al tempo stesso dai miei racconti di viaggio (frutti dall’odore disgustoso, mezzi di trasporto fantascientifici, l’enorme geco a pois residente fisso del separé di bambù del mio bagno, ma soprattutto la ricchezza di tradizioni e natura incontaminata presenti nell’arcipelago indonesiano) Fra decide di venirmi a trovare per le vacanze di Natale. Ma, non contente di una vacanza cittadina, nella ridente e accogliente Yogyakarta, centro cortese di Giava centrale e cuore della vita culturale, artistica ed accademica, parte la proposta: si va “on the road” (che poi è stato più che altro un “on the boat”, “on the feet”, “on the qualsiasi cosa tranne una strada decente”). Dopo estenuanti piani di viaggio, tralasciando a malincuore paradisi come il Komodo National Park (causa fobia di Fra per rettili di ogni genere, compreso il geco del mio bagno à vedi scorta armata per bisogni notturni) fissiamo le mete: il monte Bromo, vulcano attivo che è una imprescindibile bellezza naturale di Giava Orientale; Le isole Gili a Lombok, uno dei paradisi per le attività subacquee; Bali, rinomata “isola degli dei” con i suoi templi e le sue vibranti arti performative e Sulawesi, alla scoperta della natura selvaggia e delle tradizioni delle popolazioni indigene. Tutto sembrava perfetto, finché l’avventura non è iniziata. Ma proprio da subito…

Yogyakarta, 20 dicembre 2013

Ore 2:30 del mattino.

Mentre il mio coinquilino giavanese tenta di guarire la mia insonnia con tecniche di massaggio tradizionale (che più che indurre rilassamento inducono panico da torture della Santa Inquisizione unite a fratture multiple scomposte) squilla il telefono. Intravedo una notifica sull’icona di WhatsApp e mi chiedo chi possa essere a quest’ora. Spero che sia Fra, è tutto il giorno che attendo sue notizie circa il suo imminente arrivo nella “mia terra” per trascorrere le vacanze di Natale a zonzo per l’Indonesia (aggiungerei, incoscientemente, dati i fasti del nord Europa). L’ultima volta che avevo avuto sue notizie si trovava a Giakarta, in procinto di andare ad acquistare i biglietti per Yogya. Appena apro il messaggio mi rincuoro vedendo che è lei. Poi mi rincuoro meno, dopo aver letto che a mandarlo non è esattamente lei, ma il signore al quale lei ha chiesto in prestito il cellulare. Dopo varie accorate domande da parte mia, sull’orario di arrivo del treno (estimato per il giorno successivo), sul reperimento di una sistemazione a Giacarta e via dicendo, ricevo un emblematico: “Treno rotto. No Wi-Fi”.

Rispondo, mal celando l’apprensione: “Treno? Rotto?”.

Ricevo una risposta più precisa: “Sono a Purwokerto, si è rotto il treno”.

Non sono ancora del tutto convinta di ciò che stia accadendo e del perché: “Ma come, sei già sul treno?”.

Mi arriva l’agognato chiarimento: “Non ce n’erano altri disponibili fino al 26”.

Mi ritrovo invasa da un meccanismo a vasi comunicanti per cui l’ansia sale man mano che i crucci mentali si dissipano: “Ma dove ti trovi esattamente?”.

“Non lo so, il tizio vuole dormire. Scrivi sul mio, sono l’unica occidentale, stacco”.

A quel punto, al posto del massaggio avrei voluto un corso intensivo di meditazione Vipassana.

Dopo una serie di scambi telefonici di vario tipo (quasi del “terzo”, alla “E.T. telefono casa”) imploro il mio coinquilino, Daniel, di andare a raccattarla in qualche stazione.

Poi, dopo altri minuti di alta tensione, Fra mi informa che il treno è ripartito. Pare che la città del guasto non fosse lontana da Yogya. Ed è così che alle quattro del mattino di un venti di dicembre lungo un’epoca, Fra fa il suo ingresso – molto poco trionfale – nel mio mondo.

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